Il viaggio di Mukela


E’ la vigilia di Pasqua, vado, ancora una volta, in visita al carcere a Sollicciano. Per le feste c’è sempre un’atmosfera più triste e amara, se possibile, nelle prigioni. Passando davanti alle celle del secondo braccio è un lento lamentio di auguri quello che, come un mantra triste e disperato, ci accompagna. Proprio sopra le nostre teste, a ventotto anni, se ne è appena andato un giovane senegalese. Mukela (il nome è inventato, ma la storia no). Ha terminato qui il suo terribile viaggio della speranza. Alle spalle deserti attraversati, umiliazioni, sbarchi da clandestino, centri di accoglienza. Poi finalmente Firenze, ma ecco una rissa, lo spaccio. Capolinea del miraggio chiamato Europa, il carcere di Sollicciano. Mukela si è ìmpiccato ad un improbabile, ma solido ancoraggio, con le maniche della tuta da ginnastica.

Sono tanti i non italiani nelle nostre carceri, ottanta su cento. Un grande caravanserraglio di religioni, sudori, lingue, privazioni e violenze. Tutti equamente distribuiti nei due metri quadri procapite di anguste celle. Unico comun denominatore il loro reddito, uguale a zero. In cella si sa, oramai da noi ci rimane solo la povera gente. Tanti anche i tossicodipendenti, che invece non dovrebbero stare lì. Più trasferimenti in comunità o nei centri di recupero per loro significherebbero più spazi e minori occasioni di degrado e violenze fisiche e psicologiche per gli altri.
Ma là dentro tutto è contorto ed inversamente proporzionale: aumentano i detenuti e diminuiscono i custodi. E così, addio a frequenze scolastiche, laboratori artigianali, attività di reinserimento. Più semplice e sicuro tenere tutti in cella giorno e notte, sottartta l’ora d’aria. Addio anche a qualche soldo guadagnato e a un possibile mestiere da imparare, utile magari quando si esce per non farsi riacciuffare dal vorace mercato dell’illegalità, sempre pronto ad assumere.

Ancora un raggio prima di uscire, ci appare un gigante dalla pelle nera e dagli occhi tristi e scuri, le mani serrate sulle sbarre della sua cella. Ci guarda severo, intensamente. Sembra l’immagine piano americano di un crudo film di Oliver Stone. Lui guarda dritto e non parla. Ma dice molto quella sua maglietta rossa aderente con scritto su “la vita è dura… e poi muori”. Amara ed essenziale esegesi del viaggio di Mukela.

In carcere, a Pasqua. Forse qui, più di ogni dove, si attende la rinascita.

Inserito da enzo , martedì 26 aprile 2011 alle 08:34 Commenti (3)

I COMMENTI
Commento di Ulunpangerant , domenica 9 dicembre 2012 alle 02:30
" Leggendo i commenti al vrstoo video di Emanuele Filiberto resto basito del fatto che ci sia tanta gente che ha? condannato cif3 come una violazione della privacy! Basta con questa cazzo di privacy! La mia privacy viene violata quando i miei fatti privati diventano pubblici compromettendo per esempio la mia immagine! Non viene violata invece quando vengo intercettato, filmato o fotografato da funzionari dello stato, e non il mio vicino di casa o il fotografo di qualche ricista, per motivi precauzi "

Commento di Idana , giovedì 28 luglio 2011 alle 03:37
" Finlaly! This is just what I was looking for. "

Commento di Rima , martedì 10 maggio 2011 alle 09:05
" Colpisce la tua descrizione. Entro con l'immaginazione tutte le sere nel carcere minorile dietro casa da dove escono gridi di rabbia e dolore, colpi alle sbarre per ore. Il tuo racconto lo rende piu'vero e drammatico ancora pensando che questi sono minori che sono solo all'inizio della loro vita. "

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